martedì 28 febbraio 2012

domenica 26 febbraio 2012

Carte come armi


La versione online di "Limes" pubblica in questi giorni la sesta puntata della serie "Carte come armi", apparsa qualche tempo fa nell'edizione cartacea. Si tratta di una ventina di mappe e illustrazioni, che offrono molti spunti didattici.

Anche tutta la serie è di grande interesse.





L'illustrazione: “Deutscher Lichtbild Dienst”, in K. HAUSHOFER, E. OBST, H. LAUTENSACH, O. MAULL, Bausteine zur Geopolitik, Berlin, Vowinckel, 1928, p.333 [da "Limes"]

mercoledì 22 febbraio 2012

Nastagio degli Onesti tra arte e letteratura

Tra i "capitoli" più noti della storia dei rapporti tra arte e letteratura vi è senz'altro la serie di quattro tavole che Botticelli dedicò alla Storia di Nastagio degli Onesti [Decameron, V, 8].

Tre tavole sono conservate al Museo del Prado. Accedendo al sito del museo madrileno, è possibile leggere e ascoltare una descrizione in inglese.

Un'ottima presentazione [sempre in inglese], con riferimenti ad altre versioni artistiche [manoscritto del Quattrocento, Jacopo del Sellaio, João Câmara], si può leggere al sito Decameron web della Brown University di Providence (RI); mentre una presentazione della Berger Foundation permette di visualizzare dei dettagli delle scene.

Una riproduzione delle tavole di Jacopo del Sellaio è fornita dal sito della Fondazione Federico Zeri: scheda 17045 [tavola del Brooklyn Museum of Art, che la attribuisce al Ghirlandaio] e scheda 17044 [tavola del Philadelphia Museum of Art, parimenti attribuita a Davide Ghirlandaio].

Stando a Wikipedia, la quarta tavola della serie botticelliana è tornata a Firenze,
presso il palazzo Pucci.

Attività didattiche:
- Rileggi attentamente il testo della novella e confrontalo con i quadri di Botticelli: quali differenze noti?

L'illustrazione riproduce un quadro di Alina Ruth [dal sito Artelista,com].

lunedì 20 febbraio 2012

Un codice dei "Trionfi" di Petrarca

In occasione del Trecentenario della fondazione, la Biblioteca Nazionale di Spagna organizza dal 13 dic. 2011 al 15 apr. 2012 una splendida mostra dei suoi tesori. Tra questi vi è una edizione dei Trionfi di Petrarca. Scaricando l'applicazione per iPad dalla pagina relativa alla Mostra virtuale, è possibile leggere una scheda di presentazione e vedere 5 illustrazioni del codice [andare all'esempio 10 della sezione "50 Piezas"].

Le misure del bellissimo codice Vitr/22/4 sono minuscole: 12 x 8 cm.

Nella scheda, curata da Elisa Ruiz García, si legge che lo stesso Petrarca si sarebbe compiaciuto di questo manoscritto, in quanto incarna il modello di libro da lui auspicato in molte lettere, e più precisamente in quella a Luigi Marsili del 1374, anno della morte del poeta (Seniles, XV, 7). "L'ideale di un codice di piccolo formato -traduciamo dalla fonte citata- , facilmente trasportabile e che si potesse consultare con una sola mano era una aspirazione già sentita da lontano (Ne aveva già parlato Marziale negli Epigrammi, Libro I, 2). Petrarca lo convertì in realtà in alcuni dei suoi magnifici autografi, quali il Bucolicum carmen del 1357 (Vat. Lat. 3358) o il trattato De suis ipsius et multorum ignorantia (Berl. Hamilton 493), versione realizzata circa una decade più tardi. Il manoscritto della BNE misura 115 x 75 mm. L'esemplare fu confezionato con una pergamena di grande qualità. Il testo è un esempio perfetto dello stile di scrittura chiamato "umanistica rotonda", varietà i cui antecedenti morfologici sono da reperirsi in relazione con gli intenti dello stesso Petrarca, volti a trovare una soluzione grafica che si accordasse con il suo ideale estetico. Il programma iconografico consta di sette miniature a pagina intera. Annarosa Garzelli ne attribuisce la paternità a un artista fiorentino, Ser Riccardo di Nanni, per la somiglianza stilistica con il resto della sua produzione."

Vedi anche:
- la pagina della mostra virtuale citata; da qui è possibile scaricare un pdf con tutte le illustrazioni dell'applicazione Apple citata;
- il post del blog "El mundo de los sueños", con una bellissima serie di fotografie;
- la scheda di Ultreya, editore di facsimili.

sabato 18 febbraio 2012

Una canzone ispirata a "Il visconte dimezzato"

Ascolta la canzone dei VillaZuk, ispirata al romanzo Il visconte dimezzato:



Testo [da YouTube]:

Cavalcava la pianura tra gli stormi di cicogne
munito d'un cavallo e uno scudiero
in Boemia era diretto e li la guerra contro i turchi
già cosparso avea la terra di carogne
al mattino successivo cominciava la battaglia
pensava al nuovo grado di tenente
scintillavano i suoi occhi tra paura ed entusiasmo
era giovane Medardo di Terralba
e dall'alto della sella scorse due artiglieri turchi
puntare contro il fuoco d'un cannone
l'inesperto cavaliere che copriva l'obiettivo
fece un salto in aria con un colpo in petto
alla sera lo raccolsero sul carro dei feriti
mutilato interamente alla sinistra
ed il giorno successivo dopo sconce operazioni
con stupore dei dottori respirava

Al ritorno in terra propria nel mantello nero avvolto
portò con se malvagia e cattiveria
fece un torto uccidendo un volatile del padre
che seguì nel sonno il povero animale
gli abitanti del castello se ne accorsero in quel tempo
che l'uomo aveva perso ogni bontà
incendiava gente e case di ugonotti ed appestati
coronando una miriade di condanne
solamente una gran donna la sua balia Sebastiana
rimproverava tutti i suoi misfatti
ma l'insana crudeltà giunse presto e la sua sorte
fu l'esilio nel paese dei lebbrosi
l'abitudine a quel male di brutalità e follie
facea vegliar la notte sentinelle
mai nessuno compativa la sua giovinezza offesa
che temevano anche i cari più vicini

Ma un fanciullo che dormiva sopra il bordo d'un torrente
sentì la mezza ombra sulla testa
mentre un ragno scivolava sopra il collo del ragazzo
quella sola mano ne procurò il morso
sotto il suo mantello nero con il suo mezzo sorriso
salutò affettuosamente suo nipote
che si accorse sbalordito di quel nuovo atteggiamento
e che la mano gonfia era la sinistra
dopo un po' fu noto a tutti l'altro mezzo è ritornato
a portare aiuto a chi era disperato
a soccorrere i più poveri regalando carità
a fermare le violenze ed i peccati
ma la virtù del buon mancino era troppo disumana
predicava ai vecchi di non lavorare
disturbava le abitudini e le vite della gente
che non sopportava neanche il mezzo buono

Questa storia prende svolta come tante volte accade
per mano di una giovane fanciulla
che riuscì a farsi contendere da due metà divise
da quell'uomo che portava cuori opposti
era scalza grassottella e vestiva sempre rosa
rifiutava le due anime contrarie
l'uomo buono era pietoso quanto l'altro era crudele
non voleva rovinarsi l'esistenza
la ragazza era scocciata e con un gesto d'imprudenza
decise di sposarli tutti e due
ma di farlo all'insaputa dei due mezzi cavalieri
che incrociarono i due occhi sull'altare
si lanciarono una sfida in un duello regolare
con entrambe mani armate d'una spada
così l'uomo combatteva contro la sua stessa parte
e poi cadde a terra in un bagno di sangue

Ora il corpo dei feriti sotto ardue cuciture
sottoposte dal dottore del castello
dopo giorni di pazienza tra gli sguardi sempre incerti
sotto gli occhi dell'amata prese vita
la sua vita fu felice molti figli e un buon governo
e per quello che gli accadde fu il più saggio
più non c'era cattiveria più non c'era troppa pena
ma di tutt'e due portava l'esperienza

venerdì 17 febbraio 2012

"Il visconte dimezzato": audioletture

Sempre nell'ambito della trasmissione radiofonica "Ad Alta Voce", è stata proposta la lettura del romanzo Il visconte dimezzato, da parte dell'attrice Manuela Mandracchia.

giovedì 16 febbraio 2012

Una canzone ispirata a "Il barone rampante"

Guarda il video in cui il gruppo Marichka Connection canta una canzone ispirata al romanzo di Italo Calvino Il barone rampante.



Nel testo che accompagna il video si legge che "la canzone è stata scritta al liceo, nel 1995, durante una noiosissima lezione di Italiano." A qualcosa servono anche le lezioni noiose!

mercoledì 15 febbraio 2012

"Il barone rampante": audioletture

Tra i classici di "Ad Alta Voce" vi stato anche Il barone rampante di Italo Calvino, letto da Manuela Mandracchia.

La lettura del romanzo è stata inserita su YouTube dal "canale di serenafantasia"; nel blog Serena Italian's Blog sono state riprodotte le trascrizioni delle letture.

Prima parte:



Trascrizione

Seconda parte:



Trascrizione

Terza parte:



Trascrizione

Quarta parte:



Trascrizione

Scribd presenta una versione del romanzo.

martedì 14 febbraio 2012

"Il cavaliere inesistente" di Pino Zac

Grazie a YouTube è possibile vedere un film di Pino Zac, ispirato al romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino.

Presentazione [da YouTube]: "'Il Cavaliere Inesistente' è un film di Pino Zac del 1970 ed è tratto dall'omonimo romanzo di Italo Calvino, di cui rappresenta una felice trasposizione cinematografica. E' un film a tecnica mista, che combina attori e disegni animati. La trama è quella del romanzo di Calvino: Agilulfo, cavaliere 'inesistente' al seguito di Carlo Magno, parte per la Scozia, alla ricerca di una nobildonna, Sofronia, in grado di provare la legittimità della sua investitura. Il video proposto è stato ricavato da una vecchia registrazione su cassetta vhs, e, pur se di qualità non eccelsa (soprattutto per quanto riguarda il sonoro), vuole riproporre un'opera ricca di fantasia e umorismo, ormai introvabile e sconosciuta ai più."

Prima parte:



Seconda parte:



Terza parte:

lunedì 13 febbraio 2012

"Il cavaliere inesistente": audiolettura

Il cavaliere inesistente, letto da Manuela Mandracchia, è stato proposto dalla trasmissione radiofonica "Ad alta voce".

domenica 12 febbraio 2012

"Un re in ascolto": audiolettura

Ascolta la lettura di un brano tratto da Un re in ascolto [Sotto il sole giaguaro, Milano: Mondadori, 2001]. La voce recitante è di E. F. Ricciardi.



La città è esplosa in fiamme e in grida. La notte è esplosa, rovesciata dentro se stessa. Buio e silenzio precipitano dentro se stessi e gettano fuori il loro rovescio di fuoco e d'urla. La città s'accartoccia come un foglio ardente. Corri, senza corona, senza scettro, nessuno può capire che sei il re. Non c'è notte più buia che una notte d'incendi. Non c'è uomo più solo di chi corre in una folla urlante.

La notte della campagna veglia sugli spasimi della città. Un allarme si propaga con le strida degli uccelli notturni, ma più s'allontana dalle mura più si perde tra i fruscii nel buio di sempre: il vento tra le foglie, lo scorrere dei torrenti, il gracidare delle rane. Lo spazio si dilata nel silenzio sonoro della notte, in cui gli eventi sono punti di fragore improvviso che s'accendono e si spengono: lo schianto d'un ramo che si spezza, lo squittio di un ghiro quando nella tana entra una serpe, due gatti in amore che s'azzuffano, una frana di sassi sotto il tuo passo di fuggiasco.
Ansimi, ansimi, sotto il cielo buio pare si senta solo il tuo ansimare, il crepitio delle foglie sotto i tuoi passi che incespicano. Perché le rane adesso stanno zitte? No, ecco che riprendono. Abbaia un cane... Fermati. I cani si rispondono di lontano. Da tanto tempo stai camminando nel buio fitto, hai perso ogni idea di dove puoi trovarti. Tendi l'orecchio. C'è qualcuno che sta ansimando come te.
Dove?
La notte è tutta respiri. Un vento basso s'è levato come dall'erba. I grilli non smettono mai, da ogni parte. Se isoli un rumore dall'altro, sembra che prorompa d'improvviso nettissimo; invece c'era anche prima, nascosto tra gli altri rumori.
Anche tu c'eri, prima. E adesso? Non sapresti rispondere. Non sai quale di questi respiri è il tuo respiro. Non sai più ascoltare. Non c'è più nessuno che ascolti nessuno. Solo la notte ascolta se stessa.

[Fonte del testo in formato pdf]

sabato 11 febbraio 2012

"Mi chiamo Italo Calvino". Un'intervista allo scrittore

Guarda l'intervista allo scrittore Italo Calvino [dal sito della Rai].

Ecco la trascrizione della prima parte. Nella seconda parte, dai minuti 03:34, Calvino parla di Robert Louis Stevenson, da lui considerato "un modello di scrittore, di narratore puro" e, in particolare, del romanzo Il Signore di Ballantrae (1888). Dal min. 07:03 Calvino parla del Visconte dimezzato. L'intervista si conclude con l'affermazione, riferita a se stesso, di "essere ancora un bambino buono".

"Come ti chiami?
Mi chiamo Italo Calvino.

E dove sei nato?
Sono nato a Sanremo. Sono tanto nato a Sanremo che sono nato in America, perché una volta i sanremesi emigravano molto in America, soprattutto in America del Sud.

A far che cosa?
Per fare i più vari mestieri. Mio padre appunto stava in America e appartiene alla categoria di sanremesi che sono tornati. E' tornato poco dopo la mia nascita e io ho vissuto a Sanremo i primi venticinque anni della mia vita, ininterrottamente.

Che mestiere fai?
Faccio lo scrittore.

Cosa vuol dire?
Scrivo delle cose che a volte diventano dei libri, che vengono pubblicati e venduti nelle principali librerie.

Tu a che età sei stato bambino?
Sono stato bambino molto a lungo.

Quando eri bambino con che cosa e con chi giocavi?
Giocavo con degli spazi, con degli ambienti. I giochi si dividono in due categorie: quelli che si fanno in un ambiente delimitato - per esempio un campo da football - e quelli che si fanno al di fuori di un ambiente: come fare un certo percorso.

Qual è il primo gioco che fa un bambino di tre, quattro anni quando lo portano a spasso?
Vede un muretto e vuole camminarci sopra, magari tenuto per mano. Questa cosa del muretto in fondo mi è sempre rimasta.

Un po' da Tom Sawyer.
Sì, per esempio andare fino alla punta del molo, saltando da uno scoglio all'altro. Oppure percorrere un torrente senza mai passare per le strade, ma da una pietra all'altra del torrente superando i punti difficili, i piccoli laghetti.

I tuoi giochi erano più solitari, o erano giochi di gruppo?
Ho avuto una prima parte dell'infanzia piuttosto solitaria. Ma questa cosa del percorso in fondo mi è rimasta in tutte le cose che faccio: andare da un punto a un altro superando determinate difficoltà. Questo è piuttosto solitario. [...]"

[Fonte del testo. NB Talvolta la trascrizione si differenzia lievemente dalle parole dello scrittore]

venerdì 10 febbraio 2012

"Se una notte d'inverno un viaggiatore": audiolettura

L'attore Lorenzo Mercante legge un brano tratto da Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino:



"Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo piú forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Prendi la posizione piú comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giú, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.

Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava cosí quando si era stanchi d'andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l'idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

[...]

Dunque, hai visto su un giornale che è uscito Se una notte d'inverno un viaggiatore, nuovo libro di Italo Calvino, che non ne pubblicava da vari anni. Sei passato in libreria e hai comprato il volume. Hai fatto bene."

[Fonte del testo]

Il romanzo è disponibile online grazie a scribd.com.

giovedì 9 febbraio 2012

Italo Calvino parla di "Se una notte d'inverno un viaggiatore"

Guarda l'intervista in cui Italo Calvino parla del romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore, pubblicato da Einaudi nel 1979. L'intervista è significativamente intitolata "Se un giorno d'estate un narratore".

mercoledì 8 febbraio 2012

"Le città invisibili": audioletture - 4

Concludiamo gli ascolti dei 21 brani tratti da Le città invisibili di Italo Calvino, inseriti su YouTube dal canale "lupora 1000".

16. Eusapia



Le città e i morti. 3.

Non c’è città piú di Eusapia propensa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra. I cadaveri, seccati in modo che ne resti lo scheletro rivestito di pelle gialla, vengono portati là sotto a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono i momenti spensierati ad avere la preferenza: i piú di loro vengono seduti attorno a tavole imbandite, o atteggiati in posizioni di danza o nel gesto di suonare trombette. Ma pure tutti i commerci e i mestieri dell’Eusapia dei vivi sono all’opera sottoterra, o almeno quelli cui i vivi hanno adempiuto con piú soddisfazione che fastidio: l’orologiaio, in mezzo a tutti gli orologi fermi della sua bottega, accosta un’orecchia incartapecorita a una pendola scordata; un barbiere insapona con il pennello secco l’osso degli zigomi d’un attore mentre questi ripassa la parte scrutando il copione con le occhiaie vuote; una ragazza dal teschio ridente munge una carcassa di giovenca. Certo molti sono i vivi che domandano per dopo morti un destino diverso da quello che già toccò loro: la necropoli è affollata di cacciatori di leoni, mezzesoprano, banchieri, violinisti, duchesse, mantenute, generali, piú di quanti mai ne contò città vivente. L’incombenza di accompagnare giú i morti e sistemarli al posto voluto è affidata a una confraternita di incappucciati. Nessun altro ha accesso all’Eusapia dei morti e tutto quello che si sa di laggiú si sa da loro. Dicono che la stessa confraternita esiste tra i morti e che non manca di dar loro una mano; gli incappucciati dopo morti continueranno nello stesso ufficio anche nell’altra Eusapia; lasciano credere che alcuni di loro siano già morti e continuino a andare su e giú. Certo, l’autorità di questa congregazione sull’Eusapia dei vivi è molto estesa. Dicono che ogni volta che scendono trovano qualcosa di cambiato nell’Eusapia di sotto; i morti apportano innovazioni alla loro città; non molte, ma certo frutto di riflessione ponderata, non di capricci passeggeri. Da un anno all’altro, dicono, l’Eusapia dei morti non si riconosce. E i vivi, per non essere da meno, tutto quello che gli incappucciati raccontano delle novità dei morti, vogliono farlo anche loro. Cosí l’Eusapia dei vivi ha preso a copiare la sua copia sotterranea. Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a costruire l’Eusapia di sopra a somiglianza della loro città. Dicono che nelle due città gemelle non ci sia piú modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti.

[Fonte del testo]

17. Leonia



Le città continue. 1.

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal piú perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: piú che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole piú averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare piú lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro piú vasto. Aggiungi che piú l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, piú la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che piú Leonia espelle roba piú ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Piú ne cresce l’altezza, piú incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

[Fonte del testo]

18. Kublai e Polo [V]



[Testo: pdf Letteratura italiana Einaudi, pp. 63-66]

19. Cecilia



Le città continue. 4.

Tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo d’una città senza dirti dello spazio che s’estende tra una città e l’altra: se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi. Ti risponderò con un racconto. Per le vie di Cecilia, città illustre, incontrai una volta un capraio che spingeva rasente i muri un armento scampanante. – Uomo benedetto dal cielo, – si fermò a chiedermi, – sai dirmi il nome della città in cui ci troviamo? – Che gli dei t’accompagnino! – esclamai. – Come puoi non riconoscere la molto illustre città di Cecilia? – Compatiscimi, – rispose quello, – sono un pastore in transumanza. Tocca alle volte a me e alle capre di traversare città; ma non sappiamo distinguerle. Chiedimi il nome dei pascoli: li conosco tutti, il Prato tra le Rocce, il Pendio Verde, l’Erba in Ombra. Le città per me non hanno nome: sono luoghi senza foglie che separano un pascolo dall’altro, e dove le capre si spaventano ai crocevia e si sbandano. Io e il cane corriamo per tenere compatto l’armento.
– Al contrario di te, – affermai, – io riconosco solo le città e non distinguo ciò che è fuori. Nei luoghi disabitati ogni pietra e ogni erba si confonde ai miei occhi con ogni pietra ed erba. Molti anni sono passati da allora; io ho conosciuto molte città ancora e ho percorso continenti. Un giorno camminavo tra angoli di case tutte uguali: mi ero perso. Chiesi a un passante: – Che gli immortali ti proteggano, sai dirmi dove ci troviamo? – A Cecilia, cosí non fosse! – mi rispose. – Da tanto camminiamo per le sue vie, io e le capre, e non s’arriva a uscirne... Lo riconobbi, nonostante la lunga barba bianca: era il pastore di quella volta. Lo seguivano poche capre spelate, che neppure piú puzzavano, tanto erano ridotte pelle e ossa. Brucavano cartaccia nei bidoni dei rifiuti.
– Non può essere! – gridai. – Anch’io, non so da quando, sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi per le sue vie. Ma come ho fatto ad arrivare dove tu dici, se mi trovavo in un’altra città, lontanissima da Cecilia, e non ne sono ancora uscito? – I luoghi si sono mescolati, – disse il capraio, – Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il Prato della Salvia Bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico.

[Fonte del testo]

20. Pentesilea



Le città continue. 5.

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, cosí Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arruginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s'incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Piú in là”, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi.
– Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi.
– Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti.
Cosí prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora piú rade ora piú dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è piú angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

[Fonte del testo]

21. Kublai e Polo [VI]



[Testo: pdf Letteratura italiana Einaudi, pp. 81-82]

martedì 7 febbraio 2012

"Le città invisibili": audioletture - 3

Proseguiamo l'ascolto delle letture tratte da Le città invisibili di Italo Calvino, proposte dal canale YouTube "lupora 1000".

11. Valdrada



Le città e gli occhi. 1.

Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago con case tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Cosí il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giú nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio. Anche quando gli amanti dànno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l’uno dall’altro piú piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e piú sangue grumoso trabocca piú affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio. Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.

[Fonte del testo]

12. Kublai e Polo [III]



[Testo: pdf Letteratura italiana Einaudi, pp. 26-27]

13. Olivia



Le città e i segni. 5.

Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto. Se ti descrivo Olivia, città ricca di prodotti e guadagni, per significare la sua prosperità non ho altro mezzo che parlare di palazzi di filigrana con cuscini frangiati ai davanzali delle bifore; oltre la grata d’un patio una girandola di zampilli innaffia un prato dove un pavone bianco fa la ruota. Ma da questo discorso tu subito comprendi come Olivia è avvolta in una nuvola di fuliggine e d’unto che s’attacca alle pareti delle case; che nella ressa delle vie i rimorchi in manovra schiacciano i pedoni contro i muri. Se devo dirti dell’operosità degli abitanti, parlo delle botteghe dei sellai odorose di cuoio, delle donne che cicalano intrecciando tappeti di rafia, dei canali pensili le cui cascate muovono le pale dei mulini: ma l’immagine che queste parole evocano nella tua coscienza illuminata è il gesto che accompagna il mandrino contro i denti della fresa ripetuto da migliaia di mani per migliaia di volte al tempo fissato per i turni di squadra. Se devo spiegarti come lo spirito di Olivia tenda a una vita libera e a una civiltà sopraffina, ti parlerò di dame che navigano, cantando la notte su canoe illuminate tra le rive d’un verde estuario; ma è soltanto per ricordarti che nei sobborghi dove sbarcano ogni sera uomini e donne come file di sonnambuli, c’è sempre chi nel buio scoppia a ridere, dà la stura agli scherzi e ai sarcasmi.
Questo forse non sai: che per dire d’Olivia non potrai tenere altro discorso. Se ci fosse un’Olivia davvero di bifore e pavoni, di sellai e tessitori di tappeti e canoe e estuari, sarebbe un misero buco nero di mosche, e per descrivertelo dovrei fare ricorso alle metafore della fuliggine, dello stridere di ruote, dei gesti ripetuti, dei sarcasmi. La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.

[Fonte del testo]

14. Leandra



Le città e il nome. 2.

Dèi di due specie proteggono la città di Leandra. Gli uni e gli altri sono cosí piccoli che non si vedono e cosí numerosi che non si possono contare. Gli uni stanno sulle porte delle case, all’interno, vicino all’attaccapanni e al portaombrelli; nei traslochi seguono le famiglie e s’installano nei nuovi alloggi alla consegna delle chiavi. Gli altri stanno in cucina, si nascondono di preferenza sotto le pentole, o nella cappa del camino, o nel ripostiglio delle scope: fanno parte della casa e quando la famiglia che ci abitava se ne va, loro restano coi nuovi inquilini; forse erano già lí quando la casa non c’era ancora, tra l’erbaccia dell’area fabbricabile, nascosti in un barattolo arrugginito; se si butta giú la casa e al suo posto si costruisce un casermone per cinquanta famiglie, ce li si ritrova moltiplicati, nella cucina d’altrettanti appartamenti. Per distinguerli, chiameremo Penati gli uni e gli altri Lari.
In una casa, non è detto che i Lari stiano sempre coi Lari e i Penati coi Penati: si frequentano, passeggiano insieme sulle cornici di stucco, sui tubi dei termosifoni, commentano i fatti della famiglia, è facile che litighino, ma possono pure andar d’accordo per degli anni; a vederli tutti in fila non si distingue quale è l’uno e quale è l’altro. I Lari hanno visto passare tra le loro mura Penati delle piú diverse provenienze e abitudini; ai Penati tocca farsi un posto gomito a gomito coi Lari d’illustri palazzi decaduti, pieni di sussiego, o coi Lari di baracche di latta, permalosi e diffidenti. La vera essenza di Leandra è argomento di discussioni senza fine. I Penati credono d’essere loro l’anima della città, anche se ci sono arrivati l’anno scorso, e di portarsi Leandra con sé quando emigrano. I Lari considerano i Penati ospiti provvisori, importuni, invadenti; la vera Leandra è la loro, che dà forma a tutto quello che contiene, la Leandra che era lí prima che tutti questi intrusi arrivassero e resterà quando tutti se ne saranno andati. In comune hanno questo: che su quanto succede in famiglia e in città trovano sempre da ridire, i Penati tirando in ballo i vecchi, i bisnonni, le prozie, la famiglia d’una volta, i Lari l’ambiente com’era prima che lo rovinassero. Ma non è detto che vivano solo di ricordi: almanaccano progetti sulla carriera che faranno i bambini da grandi (i Penati), su cosa potrebbe diventare quella casa o quella zona (i Lari) se fosse in buone mani. A tendere l’orecchio, specie di notte, nelle case di Leandra, li senti parlottare fitto fitto, darsi sulla voce, rimandarsi motteggi, sbuffi, risatine ironiche.

[Fonte del testo]

15. Kublai e Polo [IV]



[Testo: pdf Letteratura italiana Einaudi, pp. 46-47]

lunedì 6 febbraio 2012

"Le città invisibili": audioletture - 2

Continuiamo la serie delle letture tratte da Le città invisibili di Italo Calvino, proposte dal canale YouTube "lupora 1000".

6. Maurilia



Le città e la memoria. 5.

A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi. Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per i cambiamenti entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza a prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nella vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in piú, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era.
Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. È vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, cosí come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa.

[Fonte del testo]

7. Zenobia



Le città sottili. 2.

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benchè posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

[Fonte del testo]

8. Kublai e Polo [II]



Kublai Kan s’era accorto che le città di Marco Polo s’assomigliavano, come se il passaggio dall’una all’altra non implicasse un viaggio ma uno scambio d’elementi. Adesso, da ogni città che Marco gli descriveva, la mente del Gran Khan partiva per suo conto, e smontata la città pezzo per pezzo, la ricostruiva in un altro modo, sostituendo ingredienti, spostandoli, invertendoli.
Marco intanto continuava a riferire del suo viaggio, ma l’imperatore non lo stava più a sentire, lo interrompeva:
- D’ora in avanti sarò io a descrivere le città e tu verificherai se esistono e se sono come io le ho pensate. Comincerò a chiederti d’una città a scale, esposta a scirocco, su un golfo a mezzaluna. Ora dirò qualcuna delle meraviglie che contiene: una vasca di vetro alta come un duomo per seguire il nuoto e il volo dei pesci-rondine e trarne auspici; una palma che con le foglie al vento suona l’arpa; una piazza con intorno una tavola di marmo a ferro di cavallo, con la tovaglia pure in marmo, imbandita con cibi e bevande tutti in marmo.
- Sire, eri distratto. Di questa città appunto ti stavo raccontando quando m’hai interrotto.
- La conosci? Dov’è? Qual è il suo nome?
- Non ha nome né luogo. Ti ripeto la ragione per cui la descrivevo: dal numero delle città immaginabili occorre escludere quelle i cui elementi si sommano senza un filo che le connetta, senza una regola interna, una prospettiva, un discorso. E’ delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
- Io non ho desideri né paure, - dichiarò il Kan – i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.
- Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
- O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere come Tebe per bocca della Sfinge.

[Fonte del testo]

9. Armilla



Le città sottili. 3.

Se Armilla sia cosí perché incompiuta o perché demolita, se ci sia dietro un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffiti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell’acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell’arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti. Abbandonata prima o dopo essere stata abitata, Armilla non può dirsi deserta. A qualsiasi ora, alzando gli occhi tra le tubature, non è raro scorgere una o molte giovani donne, snelle, non alte di statura, che si crogiolano nelle vasche da bagno, che si inarcano sotto le docce sospese sul vuoto, che fanno abluzioni, o che s’asciugano, o che si profumano, o che si pettinano i lunghi capelli allo specchio. Nel sole brillano i fili d’acqua sventagliati dalle docce, i getti dei rubinetti, gli zampilli, gli schizzi, la schiuma delle spugne.
La spiegazione cui sono arrivato è questa: dei corsi d’acqua incanalati nelle tubature d’Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi. Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell’acqua. Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini come un dono votivo per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare.

[Fonte del testo]

10 Cloe



Le città e gli scambi. 2.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personagi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna–cannone. Cosí tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la piú casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

[Fonte del testo]

domenica 5 febbraio 2012

"Le città invisibili": audioletture - 1

Il canale YouTube di lupora 1000 ha caricato 21 video con letture da Le città invisibili di Italo Calvino. La numerazione, i titoli e l'ordine sono quelli del curatore del canale. Purtroppo, lo stesso non ha segnalato il nome dell'attore che legge i testi.

I testi del presente [e dei successivi] post sono tratti, tranne in qualche caso, dalle pagine Flickr della mostra di Claudio Cumin segnalata in un post precedente.

Una versione del libro di Calvino, in formato pdf, è consultabile grazie al sito del Dipartimento di Scienze dell'Informazione dell'Università degli Studi di Milano [L'edizione di riferimento è quella del 1972].

La struttura dei capitoli del libro e l'elenco delle 55 città sono illustrati nella voce dell'enciclopedia Wikipedia.

1. Kublai e Polo [I]



Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l'imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo e esploratore. Nella vita degli imperatori c'è un momento, che segue all'orgoglio per l'ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull'altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzati in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d'un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.

[Fonte del testo]

2. Anastasia



Le città e il desiderio. 2.

Di capo a tre giornate, andando verso mezzodí, l’uomo si incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che qui si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e a rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perché mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

[Fonte del testo]

3. Tamara



Le città e i segni. 1.

L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inverno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono. Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa – chissà cosa – ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito – entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l’edicola, pescare con la canna dal ponte – e di ciò che è lecito – abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele può riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell’ordine della città bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante.

[Fonte del testo]

4. Despina



Le città e il desiderio. 3.

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare.
Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti, alle merci d’oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pianterreno, ognuna con una donna che si pettina. Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui basto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa ad una lunga carovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d’acqua dolce all’ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po’ nel velo e un po’ fuori dal velo. Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e cosí il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.

[Fonte del testo]

5. Isaura



Le città sottili. 1.

Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia.
Di conseguenza religioni di due specie si dànno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterrranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto.

[Fonte del testo]

sabato 4 febbraio 2012

Italo Calvino spiega l'origine dei nomi delle "Città invisibili"

Italo Calvino spiega l'origine dei nomi delle Citta' invisibili in un video d'epoca del TG1 (1972).

Academia.edu permette di scaricare il saggio di Leonardo Terrusi, «I nomi non importano». L'omonastica delle Città invisibili di Italo Calvino, pubblicato in Studi di onomastica e critica letteraria offerti a Davide De Camilli, a c. di M. G. Arcamone, D. Bremer, B. Porcelli, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2010, pp. 263-272.

venerdì 3 febbraio 2012

Pedro Cano e "Le città invisibili"


Nel 2005 si tenne a Firenze una mostra di Pedro Cano sulle Città invisibili di Italo Calvino, nella quale furono esposti 55 acquerelli del grande maestro spagnolo.

"L’idea del lavoro su “Le città invisibili” - si legge nella presentazione [vedi link inserito nel presente post] - risale a [...] quando la moglie di Calvino regalò all’artista una prima edizione del volume raccomandandone l’accurata lettura; lo stesso Calvino, infatti, aveva più volte rilevato affinità con l’opera di Cano del quale era un attento conoscitore ed assiduo collezionista.
Da allora Cano ha iniziato una lunga serie di viaggi arricchendo l’ispirazione per questo progetto, riempiendo numerosi “quaderni di viaggio” alla ricerca di una chiave originale per rappresentare le città di Calvino.
"

L’intera serie degli acquerelli fu pubblicata in un catalogo edito dalla Galleria Falteri con scritti di Antonio Natali, Franco Marco Aldi e dello stesso Cano.

giovedì 2 febbraio 2012

Matteo Menotto e "Le città invisibili"




Dal 14/01/2012 al 28/02/2012, presso la Sala esposizioni della Biblioteca civica di Pordenone, è allestita la mostra Le città invisibili di Italo Calvino con opere grafiche di Matteo Menotto.

Eccone alcune dal sito dell'artista.